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L’industria del ghiaccio che sciolse Internet

Stati Uniti d’America, inizi del XX secolo. L’America crede nel progresso e nella scienza. I piroscafi attraversano l’Atlantico, i treni corrono sempre più veloci, le lampadine inventate da Thomas Alva Edison sostituiscono le vecchie lampade a gas, l’energia elettrica incomincia ad entrare nelle case.

Tutto sembra dire che la freccia del tempo continua ad andare in avanti. Sempre più velocemente.

Alcuni giovani di belle speranze, appena usciti dalle più prestigiose Università americane dove hanno studiato la termodinamica, aprono delle piccole fabbriche ovunque nel Paese. Producono un nuovo marchingegno: il frigorifero domestico. Niente di tecnicamente rivoluzionario, sia chiaro. Macchine del genere già esistevano da tempo, ma erano grandi come case e riservate a chi era in possesso di ingenti capitali da investire nella fiorente industria del ghiaccio. Il frigorifero domestico è diverso: lo metti in cucina e via.

Agli Americani, fieri individualisti, piace subito l’idea di farsi il ghiaccio in casa e di non dover più rivolgersi ai punti vendita per mettere in fresco le vivande e raffreddare i propri drink. Per i locali pubblici (bar, ristoranti) è una vera rivoluzione. Tra le classi meno abbienti impazza la moda della Coca Cola con ghiaccio e del whisky on the rocks. In pochi anni, infatti, il frigorifero è diventato sempre più economico e alla portata di chiunque, anche di impiegati e operai.

L’industria del ghiaccio è in allarme. I suoi margini di profitto diminuiscono a vista d’occhio. Centinaia di analisti guardano i grafici delle revenue in picchiata. In borsa, a New York, tutti vogliono vendere le azioni delle industrie del ghiaccio. Ma nessuno sembra volerle comprare. “Spazzatura”, dicono a Wall Street. Il destino dell’industria del ghiaccio sembra segnato, come era già accaduto per il foraggio dei cavalli (ora la gente viaggia in auto, chi non può permettersela in tram).

E’ a questo punto che la FAIG (Federazione Americana Industria del Ghiaccio) si coalizza con l’UDIGUS (Unione Distributori Ghiaccio degli Stati Uniti) e si rivolge al Congresso. Decine, forse centinaia di lobbisti avvicinano ogni singolo parlamentare. Anche il Presidente li riceve e i membri dell’Amministrazione sono tutti coinvolti.

Ai politici, gli uomini della FAIG spiegano che è sbagliato che gli Americani producano ghiaccio in casa. L’acqua potrebbe essere inquinata, i consumi elettrici sono eccessivi, e poi l’industria sta perdendo profitti di giorno in giorno. Migliaia di operai sono per strada. Molti di più però sono a lavorare nelle industrie di frigoriferi domestici, ma questo i lobbisti non lo dicono ai rappresentanti del Congresso.

Gli uomini della FAIG però capiscono che questo non basta. Sollevano l’argomento morale: non è giusto che i signori del frigorifero domestico usino la nostra stessa tecnologia per distruggerci. E non è giusto che lo facciano i cittadini americani. Chi sono questi consumatori per diventare loro stessi dei piccoli industriali del ghiaccio in casa? Pare infatti che chi ha il frigo addirittura regali il ghiaccio ai vicini! Gratis! Costa talmente poco che è ridicolo farsi pagare. “Non facciamo nulla di male” – dicono i manigoldi – “siamo solo dei buoni vicini”. Ma la FAIG non è d’accordo e spende milioni di dollari in pubblicità sui giornali, nei cinematografi, in radio: “pirati del ghiaccio” vengono subito soprannominati.

La FAIG ottiene dal Congresso la proibizione di “duplicare il ghiaccio e diffonderlo senza autorizzazione dei detentori dei diritti”. Chi lo farà verrà punito dalla legge. Ma non è tutto. Le piccole industrie di frigoriferi domestici devono pagare i brevetti alle grandi industrie della FAIG. Poi devono anche pagare una tassa chiamata “equo compenso”, che sale a seconda di quanti cubetti di ghiaccio il frigo può potenzialmente produrre. Anche i consumatori devono pagare l’equo compenso. Anche quelli che non hanno il frigo. Si sono inventati un modo: siccome il ghiaccio si fa con l’acqua, viene tassata l’acqua. “Ma io non la uso per il ghiaccio” – protestano in molti. Non importa, si presume che tu lo faccia, o che lo faccia il tuo vicino per te, quindi devi pagare ugualmente l’equo compenso.

Nonostante questo, l’industria del ghiaccio è sempre più in crisi. La picchiata non si arresta. Tutte le contromisure sembrano essere inefficaci. Ed è così che nasce l’idea.

La FAIG convince il Congresso a creare una “Autorità Garante per il Ghiaccio”. Una sorta di tribunale senza troppi vincoli, i cui membri sono nominati dal Congresso stesso, che detta le regole, giudica i colpevoli ed emette le sentenze. Molti sostengono sia incostituzionale, ma il Congresso va avanti lo stesso. “Se vuoi puoi ricorrere al giudice contro le decisioni dell’Autorità”, dicono. Decisioni però che sono immediatamente operative. E se non hai i soldi, certo non potrai appellarti contro le sentenze dell’ “A-Gi-Ghi”.

L’Autorità studia come salvare l’industria del ghiaccio. Ma non lo dicono così, perché non è convincente spiegare alla gente che bisogna salvare un’industria vecchia e ucciderne un’altra nuova. Loro parlano di “diritto di congelamento”. L’acqua è privata e le aziende della FAIG possiedono la maggioranza delle azioni degli acquedotti. Pertanto non tutti sono autorizzati a congelarla. Questo è il loro assunto. Puoi pagare per avere il diritto di congelamento ma in realtà io “detentore dei diritti” posso revocartelo quando voglio perché te l’ho solo concesso. Il giacchio l’ho inventato io. Anche l’acqua è mia. Perché dovresti farci altro se non ciò che io “detentore dei diritti” decido tu possa fare con essa? La chiamano “licenza di congelamento”. Le licenze si vendono, per cui ogni cittadino compra la licenza a congelare la “loro” acqua (su cui già paga l’equo compenso). Si stabilisce anche che il cittadino comune non può produrre più di 5 cubetti al giorno. E in ogni drink non possono andarci più di due cubetti. “E il cubetto dispari?”, si chiedono in molti. La nuova legge su “diritto di congelamento” non lo dice, ma il terzo drink lo devi bere fresco appena, e non freddo come vorresti tu.

Viene inventato il sistema “Ice Rights Management”, gestione dei diritti del ghiaccio, e viene inserito nei frigoriferi. All’acqua viene aggiunto un additivo innocuo per la salute, ma che consente il congelamento solo nei frigoriferi autorizzati, quelli che rispondono alle norme tecniche dell’ “IRM”.

I cittadini fanno i salti mortali. Ci sono modi per aggirare i meccanismi di controllo ma non tutti sono capaci di adottarli. E se vieni scoperto a farlo rischi grosso. In Europa un ragazzo che ha inventato un anti-IRM è finito in galera. Anche lui era un “pirata”.

Ma anche questo non basta. Nulla sembra riuscire a fermare la rivoluzione del frigorifero domestico. Le tecniche di controllo si inaspriscono. In Francia, dove hanno lo stesso problema, la società elettrica controlla i flussi di energia: se scopre che c’è un consumo eccessivo, suppone che tu produca troppo ghiaccio. Degli ispettori pagati dalle industrie del ghiaccio possono “aiutare” lo Stato a individuare i malfattori. Se vieni scoperto a produrre cubetti non autorizzati, dopo tre infrazioni ti viene staccata la corrente elettrica. Persino la Società delle Nazioni si ribella e dichiara il frigorifero domestico “diritto umano”. Ma il suo appello cade nel vuoto.

Intanto in America tutto è ormai pronto. Il 6 luglio 1921 l’Autorità Garante per il Ghiaccio vara un regolamento che prevede la “tutela del diritto di congelamento” con ogni mezzo necessario. Compresa la tecnica detta “deep electron inspection” che consiste nel controllare a che scopo gli elettroni vengono consumati. Analoga tecnica, la “deep water inspection”, viene usata per l’acqua. Pare infatti che esistano circuiti di approvvigionamento idrico ed elettrico ancora liberi, che vanno assolutamente contrastati. Lo chiamano “Ice Rights Enforcement”, cioè “applicazione dei diritti del ghiaccio” ma non a caso la parola “enforcement” significa anche “costrizione”. Se violi la direttiva, ad esempio se regali il ghiaccio ai vicini, l’Autorità ti consente di metterti in regola entro 5 giorni. Altrimenti sempre l’Autorità mette delle palizzate intorno a casa tua e il Comune trasforma in un tappeto di chiodi il vialetto che porta nella tua proprietà, così che nessuno possa avvicinarsi. All’inizio del vialetto c’è un cartello: “Sito non raggiungibile per violazione delle norme sui diritti del ghiaccio”. L’idea è nata per contrastare i pedofili, chiudendoli in casa agli arresti domiciliari e segnalandoli alla comunità con cartelli simili. Lo chiamano “oscuramento”. Sei un delinquente, giusto? Perché qualcuno dovrebbe essere libero di venire a casa tua, magari per aiutarti a infrangere la legge? E che dire di quelli che vorrebbero il “nostro” ghiaccio da te?

Qualcuno protesta per l’equiparazione tra pedofili e “pirati”, ma la protesta rimane inascoltata.

Finalmente gli effetti di tanto lavoro incominciano a sentirsi. Migliaia di cittadini vengono “oscurati”. La gente ha paura e fa sacrifici per ottenere il poco ghiaccio concesso secondo le nuove leggi.

Le industrie di frigoriferi domestici avvertono il colpo. Alcune di esse, come “FreezerBook”, “TwiFreezer”, “Froogle” erano diventati dei veri colossi. Ora spendono più in avvocati e sistemi di controllo obbligatorio che in innovazione tecnologica sui frigoriferi. I cittadini sentono che c’è qualcosa di sbagliato, che diffondere il ghiaccio, regalarlo, usarlo per i più svariati scopi e senza limiti al numero di cubetti per drink dovrebbe essere un’attività lecita e libera. Sentono che c’è del “vecchio” in tutto questo, che se l’industria del ghiaccio è messa di fronte ad un nuovo modo di produrre e consumare, allora è l’industria che deve adattarsi. O morire. Non i diritti dei consumatori. Non la nuova tecnologia dei frigoriferi domestici.

Ma il peggio è ormai fatto. La gente ha paura. La vecchia industria del ghiaccio ha vinto. I frigoriferi nelle cucine ci sono ancora, ma sono controllati della Autorità e la FAIG ha persino degli ispettori che vanno casa per casa e denunciano i pochi trasgressori rimasti.

Eppure qualcuno lo aveva detto. Si erano levate voci che avvertivano del pericolo. Molti si sono disinteressati. Altri hanno risposto che era impossibile controllare il progresso e che esso avrebbe vinto, comunque. Non era vero. Era già successo, in Asia, che i frigoriferi dei cittadini fossero controllati dallo Stato. Chi tentò la “Rivoluzione del ghiaccio” fu duramente represso. “Ma quella è una dittatura”, ripetevano in molti. “Ciò non toglie che si possa fare, che la Rivoluzione del frigorifero può essere controllata e addomesticata”, rispondevano le cassandre. Magari non per tutti. Ci sono sempre dei pirati, degli hacker, che bucano la censura. Ma se rivelano come farlo possono venire incarcerati. Uno di loro, il leader di WikiFreeze che voleva “liberare il ghiaccio”, fu colpito con la scusa di aver molestato una donna. Non era vero, ma dovette subire un processo e andò in galera. E la maggioranza non riuscì mai ad applicare le tecniche più sofisticate per scavalcare i controlli.

Fu così che la rivoluzione del frigo domestico fu fermata. Oggi, nell’Anno del Signore 2011, pochi ricordano quegli accadimenti. Eppure hanno cambiato la Storia. Oggi per noi è un fatto assodato non avere la libertà di congelare l’acqua. Ma chiediamoci: è normale che sia così? E’ giusto? Poteva andare diversamente, se avessimo reagito in tempo?

Forse non lo sapremo mai.

P.S. Questo non è un racconto di fantasia. E’ quello che può accadere se l’Autorità Garante delle Comunicazioni italiana varerà il 6 luglio la delibera sull’enforcement del diritto d’autore: http://www.agoradigitale.org/nocensura

Solo che non parliamo di ghiaccio, ma di Internet e di libertà.

Per La Liberta’ Dei Cittadini in Rete: http://www.facebook.com/retelibera

© 2011 Guido Iodice. La copia letterale e la distribuzione di questo articolo nella sua integrità sono permesse (e caldamente sollecitate) con qualsiasi mezzo, a condizione che questa nota sia riprodotta.

Nota: Come tutte le metafore, qualcosa non coincide alla perfezione. Ma lo scopo di questo articolo è mostrare l’assurdità di voler controllare la Rete e la profonda ingiustizia dietro questo intento.

L’idea originale della metafora dell’industria del ghiaccio non è mia, ma di Bruce Perens, che l’ha usata in un contesto differente: http://www.askmar.com/Open%20Source/Bruce%20Perens.pdf

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  1. marinobiagio
    28 giugno 2011 alle 7:50 | #1

    Fantastico post.. L’ho riportato sul mio blog!

  2. giorgio130
    28 giugno 2011 alle 8:10 | #2

    tl;dr

    Scherzo, ottimo articolo!! :)

  3. 28 giugno 2011 alle 8:21 | #3

    non ho capito l’ultimo passaggio, io non posso congelare l’acqua liberamente nel 2011? -.-

    • 28 giugno 2011 alle 15:42 | #4

      E’ una metafora. Il racconto parla di acqua e frigoriferi ma si intende la conoscenza e Internet.
      Questo racconto spiega l’assurdità della delibera dell’AgCom che sta per uscire, mettendo in evidenza che se gli stessi principi fossero stati applicati un secolo fa oggi non avremmo neppure la possibilità di farci il ghiaccio liberamente.

  4. 28 giugno 2011 alle 8:27 | #5

    fantastico. penso che lo riporterò sul mio blog.

  5. 28 giugno 2011 alle 8:42 | #6

    Chapeau!

  6. 28 giugno 2011 alle 9:10 | #7

    Se la Federazione Americana Industrie Ghiaccio si fosse chiamata American Federation of Ice (AFI) avresti aggiunto un’altra tessera “speciale” a questo bel mosaico. Ottima idea, tua o di chiunque sia stata!

    • 28 giugno 2011 alle 10:05 | #8

      Avevo pensato anche a: Reunion of Ice Industries of America = RIIIA. Ma l’America è una metafora dell’Italia per cui non volevo sviare. Avrei potuto scrivere Società Industrie Americane Esotermiche (SIAE) ma non volevo attaccare un singolo ente. C’è una marea di associazioni dei detentori dei diritti, non una sola.
      Infine volevo che il lettore si rendesse conto che era una storiella e il nome troppo banale aiuta ad insospettire.

  7. Fulvio
    28 giugno 2011 alle 10:37 | #9

    Post stupendo!
    Ora capisco perché Torvalds ha scelto come mascotte un pinguino, per la questione del ghiaccio! XD XD

  8. Camu
    28 giugno 2011 alle 11:18 | #10

    Molto bello, soli non capisco perché sia stata presa l’America come metafora. Come mai non la Russia o la Cina?

    • 28 giugno 2011 alle 15:43 | #11

      Perché la Russia e la Cina sono dittature. Che una dittatura censuri Internet è normale. Ma l’Italia non è una dittatura, o non lo dovrebbe diventare.

  9. jackilnero
    28 giugno 2011 alle 11:28 | #12

    Bella Guido … sarebbe anche carino una postilla che spiega dove la Storia si è separata dalla fiction ;)

  10. 28 giugno 2011 alle 12:02 | #14

    Complimenti, davvero un bell’articolo.
    Lo spammo un pò in giro sui social che frequento :)

  11. 28 giugno 2011 alle 12:54 | #15

    molto ben congegnato, solo un po’ lungo, qualcosa si poteva rendere in modo più sintetico. e gli acronimi riiia e siae ci potevano anche stare! ;)

  12. 28 giugno 2011 alle 12:57 | #16

    (ps già che ci sono faccio lo spammer e segnalo che ho cercato di muovere al dibattito su questo tema anche dei filosofi, per l’analisi dei concetti proprio, e vedere cosa saltava fuori: http://moraliaontheweb.com/tag/diritto-dautore/)(sono post vecchi)

  13. aury88
    28 giugno 2011 alle 16:56 | #17

    metto un link a qui direttamente sulla mia pagina facebook. grazie Guido

  14. 28 giugno 2011 alle 17:07 | #18

    Bell’articolo l’ho pubblicato sul mio blog
    http://ubutile.blogspot.com/

  15. 28 giugno 2011 alle 17:26 | #19

    Consiglio la lettura di questo articolo: http://wp.me/p19KhY-wB

  16. telperion
    28 giugno 2011 alle 17:37 | #20

    Viva la FAIGHA!

    Bel racconto, solo un po “mattone”, co sto caldo.
    Vado a farmi prestare il giaccio dalla vicina, che è della FAIGHA …
    lol

  17. krak76
    28 giugno 2011 alle 22:48 | #21

    Boh, forse non ho capito bene il testo ma mi pare si parli di intervento in caso di violazione di copyright, ora non so voi ma a me pare anche giusto che il detentore dei diritti si incazzi se il suo materiale viene distribuito a scrocco in rete.
    Ovviamente ammesso che io abbia capito bene.

    • 29 giugno 2011 alle 11:10 | #22

      La migliore risposta alla tua domanda credo sia questo articolo dello scrittore Riccardo Rita: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/28/un-autore-ha-il-diritto-di-eliminare-una-voce/128865/

      • krak76
        29 giugno 2011 alle 22:30 | #23

        Molto bello ma, ad esempio, il filosofo di turno si dimentica di dire che il Picasso esposto al museo se vuoi vederlo paghi il biglietto, perchè dovrebbe essere diverso su internet?
        Simpatica poi la riflessione sui punti di vista, hai punti di vista identici all’artista solo DOPO che lui ha realizzato l’opera, molto comodo.

        • 29 giugno 2011 alle 22:58 | #24

          Vedo che non hai capito molto di quanto hai letto. Secondo il tuo ragionamento, dovremmo distruggere capolavori come la Pietà di Michelangelo, visto che Michelangelo copiò l’idea dalle statue di autori nordici e, ovviamente, non pagò loro certo i diritti d’autore.

          • loll
            30 giugno 2011 alle 10:11 | #25

            “Never argue with an idiot, they drag you down to their level and beat you with experience”

            ora chiaramente è una metafora, potreste togliere Idiot e mettere Unividxx o che ne sò…

          • krak76
            30 giugno 2011 alle 11:33 | #26

            Direi piuttosto che tu non hai capito, equiparare un’opera come la suddetta Pietà a contenuti digitali per loro natura facilmente copiabile e riproducibili sostenendo si faccia per amore dell’arte è quantomeno risibile.
            A suo tempo Michelangelo non lavorò certo a gratis, non si capisce perchè io autore debba vedere l’opera del mio ingegno, talento e fatica liberamente spaparanzata sulla rete a disposizione di tutti senza che a me venga riconosciuto uno straccio salvo la “paternità”, wow, con la paternità non ci mangio.

  18. deer
    30 giugno 2011 alle 10:10 | #27

    Interessante metafora, firmate, bisogna fermarli.

    Condiviso: http://deersnotes.altervista.org/l%e2%80%99industria-del-ghiaccio-che-sciolse-internet/

  19. 30 giugno 2011 alle 12:08 | #28

    krak76 :

    Direi piuttosto che tu non hai capito, equiparare un’opera come la suddetta Pietà a contenuti digitali per loro natura facilmente copiabile e riproducibili sostenendo si faccia per amore dell’arte è quantomeno risibile.

    Mentre il tuo paragone con una mostra di Picasso non lo è?
    Secondo te fare 10 mostre di Picasso ha lo stesso costo che farne una o zero?

    A suo tempo Michelangelo non lavorò certo a gratis, non si capisce perchè io autore debba vedere l’opera del mio ingegno, talento e fatica liberamente spaparanzata sulla rete a disposizione di tutti senza che a me venga riconosciuto uno straccio salvo la “paternità”, wow, con la paternità non ci mangio.

    E chi l’ha mai detto? Qui i problemi sono tre:
    1) il diritto d’autore non esiste. E’ il diritto di copia dell’editore. Quasi nessuno scrittore vive di diritti d’autore, neppure molti grandi. Quindi basta con questa ipocrisia dei poveri autori alla fame per colpa della pirateria. Gli autori sono alla fame per colpa degli editori.
    2) chi decide che si tratta di un illecito? a casa mia lo decide un tribunale. L’Autority non può assumere questo ruolo perché è un organo di nomina parlamentare, non è terzo. Tanto più se lo fa con una sua stessa delibera in cui dice che il contraddittorio dura 5 giorni. Si chiama “processo sommario”. Infine non si è mai visto che lo stesso organismo detta la regola, giudica e la fa applicare in barba al principio della separazione dei poteri!
    3) Se una cosa del genere fosse applicata alla lettera, tre quarti di Internet sparirebbe per gli italiani, come accade in Cina. La verità è che il copyright non funziona più. Sono cambiati i modi di produrre e diffondere le opere e quindi non possiamo continuare con una normativa che risponde ad una tecnologia che risale al 600!

    Internet come la conosciamo esiste perché la gente viola il copyright milioni e milioni di volte al giorno, altrimenti sarebbe un posto fatto solo di testi scientifici universitari come negli anni 70.

    • krak76
      30 giugno 2011 alle 12:51 | #29

      Posso anche essere d’accordo che il copyright come lo conosciamo sia ormai inadeguato, ma questo non giustifica la violazione di una legge, non è che se io penso che una legge è sbagliata o inadeguata e molti la violano allora violarla diventa cosa buona e giusta, si deve cambiarla.
      Poi possiamo anche discutere che il provvedimento in questione sia considerabile censura o meno da parte di un governo come il nostro, ma resta il fatto che la violazione di copyright è perseguita, se non sbaglio anche youtube rimuove video che violano il copyright a seguito della richiesta del detentore dello stesso.

      • 30 giugno 2011 alle 16:03 | #30

        No, Youtube non lo fa automaticamente. Nella maggioranza dei casi Google è riuscita ad avere una certa tolleranza in cambio di pubblicità relativa al contenuto. Ad esempio se carichi un video con un sottofondo musicale protetto, il software se ne accorge ma il più delle volte ti viene semplicemente segnalato che hai caricato un contenuto protetto e viene aggiunta una pubblicità, nonché il link per lo scaricamento da Itunes. Questo perché Google è abbastanza potente da “convincere” molti detentori dei diritti che non gli conviene essere troppo accaniti. Non tutti hanno aderito ma diversi sì. Qesto è un metodo moderno per affrontare la questione.
        Detto ciò, il pericolo insito nella delibera Agcom è che chiunque, domani, con il pretesto di una canzone usata come traccia, può far rimuovere contenuti scomodi. Questo è già successo ma il più delle volte Google/Youtue ha cercato di resistere. Recentemente Google ha pubblicato una statistica delle richieste da parte dei governi, ad esempio, mettendo in evidenza che solo nel 60% dei casi si trattava di richieste di rimozione accettabili. Se però una delibera del genere venisse adottata, anche se Youtube decidesse di non rimuovere il contenuto, i provider italiani sarebbero costretti ad adottare tecniche per impedire agli utenti italiani di vedere quei contenuti!

  20. 30 giugno 2011 alle 12:10 | #31

    E aggingo 4): tutti, ma dico tutti gli studi del settore, compresi quelli commissionati dai detentori dei diritti dimostrano che non vi è alcuna relazione tra copie illecite e danneggiamento economico degli autori ed editori: http://www.facebook.com/notes/guido-iodice/cara-anica-non-ricordi-pi%C3%B9-il-tuo-studio-che-assolveva-il-peer-to-peer/10150260073593905

  21. Jaguaro
    30 giugno 2011 alle 15:21 | #32

    chapeau 2 ;-D

  22. lucapas
    5 luglio 2011 alle 11:27 | #33

    krak76 :
    Direi piuttosto che tu non hai capito, equiparare un’opera come la suddetta Pietà a contenuti digitali per loro natura facilmente copiabile e riproducibili sostenendo si faccia per amore dell’arte è quantomeno risibile.
    A suo tempo Michelangelo non lavorò certo a gratis, non si capisce perchè io autore debba vedere l’opera del mio ingegno, talento e fatica liberamente spaparanzata sulla rete a disposizione di tutti senza che a me venga riconosciuto uno straccio salvo la “paternità”, wow, con la paternità non ci mangio.

    Non puoi mangiare a vita su una tua opera di ingegno, se vuoi campare devi “ingegnarti” un po’ di più!

  23. 17 luglio 2011 alle 19:20 | #34

    arrivato manco a metà avevo capito che si parlava di Internet, o comunque qualcosa che ci centrava. Arrivato agli Ice Rights Management ho capito che Ice andava cambiato con Digital e tanto altro. Complimenti Guido ti stimo una cifra!!!

  24. Nedanfor
    16 agosto 2011 alle 13:07 | #35

    krak76 :
    Direi piuttosto che tu non hai capito, equiparare un’opera come la suddetta Pietà a contenuti digitali per loro natura facilmente copiabile e riproducibili sostenendo si faccia per amore dell’arte è quantomeno risibile.
    A suo tempo Michelangelo non lavorò certo a gratis, non si capisce perchè io autore debba vedere l’opera del mio ingegno, talento e fatica liberamente spaparanzata sulla rete a disposizione di tutti senza che a me venga riconosciuto uno straccio salvo la “paternità”, wow, con la paternità non ci mangio.

    Perché è stato creato il diritto d’autore? Su quale base è stato deciso che si può avere la proprietà di un’idea o di una creazione artistica? Aspetta… Non mi dire che stai parlando di qualcosa che non conosci. Se una cosa *sembra* intuitivamente giusta non vuol dire che lo sia. Studia, poi ne riparliamo.

    (P.S. Mozart e Beethoven non hanno mai ricevuto un centesimo per la riproduzione delle loro opere. Eppure sono pronto a scommettere che le loro creazioni sono di gran lunga migliori di quelle che potresti fare tu, con tutta la gente del Festival di Sanremo a disposizione.)

  25. 19 agosto 2011 alle 18:13 | #36

    Fenomenale… l’ho riportato anch’io sul mio blog, ne vale davvero la pena

  26. FrankRock74
    29 settembre 2011 alle 23:49 | #37

    Lo pubblico immediatamente!

    Avete mai visto Zeitgeist?

    http://www.zeitgeistitalia.org/video

    In caso contrario iniziate dal primo in alto a sx…

    Ciuzzz

    FrankRock

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  4. 29 giugno 2011 alle 0:32 | #4
  5. 8 luglio 2011 alle 14:22 | #5
  6. 19 agosto 2011 alle 18:09 | #6
  7. 8 luglio 2012 alle 11:01 | #7
  8. 4 agosto 2013 alle 18:38 | #8

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