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La risata evolutiva

Quando si solletica un giovane orango, ci fa un’analoga smorfia piacevole e produce un rumore di soddisfazione, e, secondo Martin, i suoi occhi divengono nello stesso tempo più brillanti. Appena cessa questo riso, si vede passargli sulla faccia un’espressione, che, da un’osservazione di Wallace, può paragonarsi a un sorriso. Io ho notato qualche cosa di analogo nel chimpanzè.

Il dottor Duchenne – nè potrei citare autorità migliore – mi narrò d’aver conservato per un anno in sua casa una scimia perfettamente addomesticata; quando, al momento del pasto, ei le dava qualche leccornìa, vedea leggermente elevarsi gli angoli della bocca di lei, ed allora distingueva assai nettamente sulla faccia di questo animale una espressione di compiacenza simigliante ad un abbozzo di sorriso e che richiamava quel che di spesso si osserva sul volto dell’uomo.

— Charles Darwin, L’ espressione dei sentimenti nell’uomo e negli animali

Non è detto che ogni comportamento abbia una origine meramente evolutiva. In certi casi i nostri comportamenti sono il risultato collaterale dell’incremento della comprensione dovuto all’estensione della neocorteccia cerebrale nella nostra specie. Quando un sistema cognitivo diventa abbastanza complesso, come è accaduto alla nostra specie, esso è in grado, per così dire, di elevarsi al di sopra della semplice utilità nella lotta per la sopravvivenza (selezione naturale) o nella conquista del partner (selezione sessuale). La Volta della Capella Sistina non ha, di per sé, una spiegazione evolutiva. Non è utile né per la sopravvivenza né per la riproduzione del suo autore (il quale, peraltro, aveva simpatie per il suo stesso sesso e non ebbe mai figli). Tuttavia è quasi sempre possibile ripercorrere a ritroso l’evoluzione e cercare di capire perché una certa classe di comportamenti (non il singolo comportamento dell’uomo odierno ma i suoi corrispondenti primitivi), ha avuto successo nella selezione naturale.

Ridere non è solo un effetto collaterale innocuo dell’evoluzione, ma ha una sua funzione direttamente vantaggiosa per la selezione naturale. Non siamo gli unici esseri viventi che lo fanno. Le scimmie antropomorfe, nostre cugine, ridono se gli si fa il solletico. Siamo separati da loro da milioni di anni di evoluzione: 6 nel caso di scimpanzé e bonobo, gli esseri viventi a noi più strettamente imparentati. Il nostro antenato comune, possiamo dirlo con una certa sicurezza, aveva lo stesso comportamento. E’ stato compiuto davvero un esperimento in tal senso con umani, scimpanzé comuni, bonobo, gorilla e oranghi. Non sorprenderà sapere che le caratteristiche della risata dovuta al solletico si allontanano seguendo l’albero genealogico comune, sia pure con una certa approssimazione poiché ciascuno di questi animali (noi compresi!) ha avuto la sua evoluzione e ha modificato, a modo suo, diverso dai suoi cugini, il proprio comportamento rispetto all’antenato comune.

Perché noi e le grandi scimmie ridiamo se solleticati? Forse ho sbagliato: dovrei dire “perché noi scimmie”, includendo l’uomo, perché anche noi siamo scimmie come gli scimpanzé e i gorilla e la distinzione tra noi e loro non ha basi filogenetiche. C’è una distanza genetica molto maggiore tra scimpanzé e gorilla che tra noi e gli scimpanzé per cui ha poco senso dire “scimpanzé e gorilla sono scimmie” quando le similitudini tra loro sono minori di quelle tra uomo e scimpanzé. Lo capì bene il naturalista Linneo che classificò gli scimpanzé nel genere Homo, insieme a noi. E molto prima di Darwin!

Ma torniamo alla domanda: perché ridiamo se solleticati? Proviamo ad immaginarlo partendo dalla nostra età più precoce, la primissima infanzia, quando in effetti siamo intelligenti quanto una scimmia adulta. Chi ci solletica quando siamo piccoli? In genere i fratelli o i genitori. Perché lo fanno? Per gioco. Ma che tipo di gioco è? E’ un attacco simulato. I giochi tra fratelli, nel mondo animale, sono tutti attacchi simulati. Sono addestramenti alla dura vita della savana. Se avete mai visto un documentario sui leoni e il comportamento dei loro piccoli capirete all’instante.
Se è un attacco, se ci stanno aggredendo, allora dobbiamo lottare, dimenarci, cercare di liberarci, ed è esattamente quello che facciamo quando siamo solleticati. Ma se siamo attaccati, se siamo in pericolo, è istintivo fare un’altra cosa: gridare aiuto. O, se siamo particolarmente aggressivi, sbraitare contro il nostro aggressore per spaventarlo.

Il riso è un grido simulato così come il solletico è un attacco simulato. Una forma di comunicazione: gridiamo per richiamare l’attenzione dei nostri simili, del nostro branco, ma soprattutto di nostra madre, affinché venga a difenderci da un attacco. E lo facciamo anche per spaventare il nostro avversario. Ma al contempo segnaliamo che è un finto attacco (e quindi i nostri genitori non devono davvero preoccuparsi e il nostro avversario non deve davvero spaventarsi) perché il riso che è sì un grido, ma con un tono differente, con caratteristiche che lo distinguono dal grido di paura o teso ad intimorire.
Questo spiega anche perché essere solleticati da un estraneo è considerato un vero e proprio attacco, un’invasione della propria integrità fisica, del proprio spazio. Il solletico è una attività tra persone molto intime: genitori e figli, fratelli e sorelle, fidanzato e fidanzata, amici intimi.
L’ipotesi del solletico come attacco simulato spiega anche perché ridiamo solo se ci toccano altri e non se ci tocchiamo da soli. Non era così scontato se ci pensate. Ci sono azioni che compiamo su noi stessi che simulano azioni normalmente compiute da altri, ma che funzionano egregiamente: masturbarsi (e le scimmie lo fanno) funziona come fare davvero sesso. Be’, più o meno🙂. Non ho trovato spiegazioni circa questa curiosa differenza, ma mi pare che l’ipotesi più plausibile sia che, se fossimo sensibili all’autosolletico, non potremmo grattarci in molti punti del corpo.

Infine rimane da spiegare perché usiamo proprio il riso, nato come finto richiamo di aiuto, per le cose divertenti. E’ probabile che l’uomo abbia riusato il riso come forma di comunicazione con i propri simili. Quando ridiamo per una battuta altrui gli stiamo dicendo: ho capito che stai scherzando, ho capito che siamo complici. E’ in fondo la stessa cosa che facciamo quando ridiamo se solleticati: ho capito che mi stai attaccando per finta, ho capito che è un gioco e mi comporto in modo complice anche io.
Un esempio di riuso emotivo di una capacità nata per scopi differenti è la pelle d’oca. Noi abbiamo ancora i peli, che sono cortissimi e chiari, ma sono nello stesso numero di quelli delle scimmie. Come molti mammiferi rizziamo i peli per proteggerci dal freddo e questa è la prima funzione sviluppata dall’evoluzione. Ma poi come tanti altri li rizziamo quando siamo spaventati, per apparire più grandi ad un eventuale predatore. Ovviamente nel caso degli umani la cosa è inutile (si tratta di una delle tante vestigia evolutive) ma per gli animali lo è molto. Ecco quindi come una capacità acquisita per un certo scopo molto pratico viene riusata anche per un altro, più emotivo.

La prossima volta che riderete per una battuta pensate ai nostri avi nella savana mentre si stavano abituando a lottare contro un ambiente ostile e pericoloso. Non troppo però: perdereste tutto l’entusiasmo.

P.S. Nei commenti Santiago obietta che ridiamo anche da soli, senza che ci sia un’altra persona ad ascoltarci. E’ una giusta obiezione. Cerco di spiegare questa apparente contraddizione. Certi meccanismi inconsci si riproducono a prescindere dalla loro funzione originaria. Questo è un fenomeno molto comune. E’ complicato creare numerosi “algoritmi” differenti a seconda della situazione. Soprattutto non è utile. Ridere da soli non è selettivamente importante. Chi ride senza avere nessuno accanto non è avvantaggiato rispetto a chi non lo fa. D’altro canto, risata è contagiosa: ridiamo molto di più se altri ridono. E’ per questo che nelle sitcom americane c’è la risata fuoricampo. Diversi esperimenti hanno dimostrato come si arriva a ridere anche senza alcun motivo, se altri lo fanno. Essere parte di un gruppo, comunicare, essere complici, è psicologicamente ed evolutivamente molto più importante che fare una precisa analisi di cosa sia realmente divertente e cosa invece non lo sia.

A proposito della scissione tra atto e sua originaria causa, Charles Darwin scrisse:

Gli atti utili divengono abituali associandosi a certi stati di spirito, e sono compiuti, anche ove il bisogno non se ne faccia sentire, in ciascun caso particolare. […] In seguito all’uso continuo che noi facciamo degli occhi, questi organi sono più influenzati dalla associazione nei diversi stati dell’animo, quand’anche la vista non vi prenda parte veruna.[…]
Io ho osservato una giovane signora che facea grandi sforzi per richiamare alla mente il nome d’un pittore; ella fissava lo sguardo sur un angolo della stanza, poi sull’angolo opposto, elevando il corrispondente sopracciglio, benchè nulla vi fosse colà da attirare l’attenzione di lei.

— Charles Darwin, L’ espressione dei sentimenti nell’uomo e negli animali

Categorie:scienza
  1. 1 novembre 2011 alle 15:07

    Bel post. Non sono molto d’accordo soltanto nell’ultima parte. Credo che a volte la nostra risata può avere un effetto catartico. Sopratutto se è per una battuta o un testo satirico, che colpisce valori o convinzioni. Io ad esempio posso ridere da solo, seduto mentre leggo un testo o battuta, qualcosa di scritto. In quel caso sarei da solo e non starei utilizzando il riso come forma di comunicazione.

    • 1 novembre 2011 alle 15:38

      E’ una giusta obiezione, ma devi pensare anche al fatto che certi meccanismi inconsci si riproducono a prescindere dalla loro funzione originaria. Questo è un fenomeno molto comune perché è complicato creare numerosi “algoritmi” differenti a seconda della situazione. Soprattutto non è utile. Ridere da soli non è selettivamente importante. Chi ride senza avere nessuno accanto non è avvantaggiato rispetto a chi non lo fa. D’altro canto però sappiamo che la risata è contagiosa: ridiamo molto di più se altri ridono. E’ per questo che nelle sitcom americane c’è la risata fuoricampo.

      Mi sembra però un punto importante e lo aggiungo all’articolo insieme a due citazioni di Darwin che ci stanno sempre bene🙂

    • tetsuotram
      2 novembre 2011 alle 0:48

      l’autocoscienza è il risultato di una interazione sociale. Solo animali “sociali” possono essere autocoscienti perché l’individuo costruisce a il “sè” a partire da un modello basato sulla percezione che ha degli altri suoi simili e dei loro comportamenti. Il trucco sta proprio nel fatto che questo modello viene continuamente “simulato”, e non solo percepito/vissuto relmente. Questo è evidente anche in noi umani (ma non solo, e non solo nel contesto del seguente esempio): siamo talmente tanto questo “modello” che nel valutare se una cosa è divertente, simuliamo la complessità della cosa dentro il nostro modello (cioè col nostro rapporto con gli altri, la socialità: d’altronde il concetto di divertente emerge da interazioni con gli altri) e ne segue la stessa reazione che si avrebbe nella in un contesto sociale di comunicazione. In un certo senso non stiamo ridendo da soli, gli altri ci sono, solo che sono “virtuali/simulati”.

  2. telperion
    2 novembre 2011 alle 19:59

    Me te sei Guiodic?
    Piero Angela: esci da questo avatar!!
    A ridatece Guodic!

    LOL

    • 3 novembre 2011 alle 11:12

      Piuttosto che parlare di Unity vs Gnome Shell… meglio questo no? comunque ti sto seguendo rispetto alla questione GUI. Mi sa che io userò dockbarx + awn ma integrati, non separati come hai fatto tu.

      • telperion
        3 novembre 2011 alle 14:10

        In effetti visto il recente andazzo di linux non hai tutti i torti …
        LOL

  3. ?!
    3 novembre 2011 alle 15:49

    neocorteccia ceLebrale?

    • 3 novembre 2011 alle 16:06

      grazie della correzione: cerebrale.

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